SOTTO IL CIELO STELLATO DELLA MAREMMA

TITOLO Sotto il cielo stellato della Maremma

AUTORE Luigi Alberto Margutti

ANNO 2024

FORMATO 15×21 cm

LEGATURA Brossura

N. PAGINE 160

GENERE diario

Descrizione

«Un cane, un gatto, un cucco, un chiù, per spasso, fan contrappunto a mente sopra un basso», scherzava (ma non troppo) il monaco olivetano Adriano Banchieri, musicista e poeta, nato nobile a Bologna e forse per questo un po’ goliarda nel far cantare a degli animali un “contrappunto bestiale” sopra un basso, una frase in latino che mette in guardia da quelli che oggi chiameremmo disabili. «Nulla fides gobbis, similiter est zoppis; si sguerzus bonus est super annalia scribe», ovvero «non fidarti dei gobbi, e così degli zoppi; se un guercio è buono questa è una cosa da scrivere negli annali».

Moniti a parte, tra la fauna canterina di Banchieri salta all’occhio il chiù, nome popolare e onomatopeico dell’Otus scops, l’assiolo, un gufetto più piccolo di un merlo che, come la leopardiana gallina ripete il suo verso, circa ogni tre secondi, un malinconico “re” che ricorda le voci dei pianeti captate dalla sonda del Voyager.

Capita così che “sotto il cielo stellato della Maremma” un assiolo lanci il suo richiamo e Luigi Alberto sia lì quasi trepidante, ad aspettarlo, quasi fosse una melodia capace di sposare l’uomo alla natura, azzerando di colpo l’imperfezione dell’uno e la perfezione dell’altra, mantenendo saldo il vibrato emotivo. Il verso dell’assiolo, che il compositore Roberto Nazari spiega come una successione di note continua e cadenzata definita “isocronia”, in realtà è un po’ la “madeleine” di Margutti, ciò che annulla la nevrosi da viaggio sull’Aurelia verso la Maremma, e muove ricordi e riflessioni, dolori e frustoli di immenso, contatti a pelle con ricci affamati e domande sul senso dell’esistenza.

Nel libro c’è una Lauretta, che di quel cielo stellato è stata innamorata, c’è la sua memoria in ogni riga, perché in realtà Alberto che fa se non parlare a lei, come se l’avesse dinnanzi, esprimendole ansie e rovelli della quotidianità, la ricerca spasmodica della Bellezza Assoluta, qui o altrove, il conforto della fede. Certo, la vita è disseminata di cartelli che ci indicano la velocità da mantenere -guai ad accelerare o decelerare- la direzione da prendere, se ci sono dossi da superare, strettoie, sorpassi da compiere, magari senza utilizzare la freccia.

Alberto i segnali li osserva e cerca di ossequiarli finché può, ma l’oggi è fatto di TIR con la stella a tre punte, minacciosi e impazienti, e sulla Grosseto-Capalbio non stanno mica lì a rispettare i limiti, i rallentamenti, quelli sono la perfetta fotografia dei tempi, in cui ogni cosa va fatta per ieri e il ritmo è quello impresso dalle vibrazioni dello smartphone. Perciò l’automobilista ligio si esaspera e invoca il Signore affinché spenga la loro arroganza, ma il conforto non è lontano, e parla di calendule gialle, ulivi, e soprattutto di quel cielo stellato unico al mondo perché unico è il sentire che univa Laura e Alberto sotto il manto, lì a contemplarlo, come Kant ci ha insegnato, quanto più spesso noi riflettiamo su di esso più ci riempiamo di ammirazione e venerazione.

E qui arrivano riccio e assiolo, il bacio della Natura all’uomo trafitto dall’Aurelia, i suoni, i profumi, la convivialità, tutto è luce e piacere e l’animo si gonfia di riconoscenza, di amore profondo per gli animali, con il cane «cristiano perfetto» che sa perdonare, praticare la carità senza condizioni, senza conoscere odio e vendetta.

Sdraiarsi su un prato sotto un cielo “trapunto di stelle” significa anche coltivare l’arte del rimuginare, del ragionare con sé stesso e contro sé stesso, inventando un avatar contraddittorio e un match tra due giocatori riguardo la bontà della nostra (bella?) costituzione, gli incidenti stradali, il concetto di tolleranza, la troppa indulgenza verso i reati, l’assenza di controlli, le responsabilità del singolo accollate quasi sempre a una non ben definita società, specie di moloch che tutto fagocita e tritura. A volte allora scende la notte del dubbio, anche verso il mistero divino, e il cielo stellato scompare, perché il dolore è il massimo cimento della ragione, che spesso sbanda e si affida a meccanismi di difesa fuori dalla sfera della coscienza.

«Vorrei fare una precisazione», scrive l’autore nell’ultimo capitolo, «in Maremma non esiste soltanto una vita di meditazione o una vita contemplativa. Sono io che le enfatizzo perché penso troppo». Niente di meglio dunque, per difendersi dagli agguati della mente, che mettersi a raccogliere olive, naturalmente con l’“oliviero” scuoti pianta, da Betta e Pietro, amici antichi di cui sembra di ascoltare il toscano, ruvido come un maglione di lana grezza e quindi caldo, se lo si vuole.

La Maremma di Alberto, e di Lauretta, seduta davanti alla casa nella fotografia finale con un accogliente sorriso, è un luogo dell’intelletto e del corpo, con il cielo stellato specchio dell’anima, chiara o buia, rivolta all’assoluto o forte di dubbi sfinenti, a volte malata di egoismo, striata di rabbia, ma sempre alla ricerca di una vena di Bellezza, quella che è nostro assoluto dovere preservare dalla corruzione dei tempi e dai nuovi mostri tecnologici.

Da chi andremo non ci è dato sapere, ciò che dobbiamo volere è non perdere mai di vista l’amore, e questo libro è fatto di un amore straziato ma vivo, rivolto alla donna amata e al Creato, al mistero ultimo e a quel Tempo che solo noi possiamo addomesticare, rendendocelo amico e giocando con lui a mosca cieca, fino a che l’ultimo tasto sarà inesorabilmente premuto.

Mario Chiodetti